Ospitalità, Vini, Cantina

Tenuta Carretta, il teatro della natura

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Come abbiamo visto nel post precedente, il 2022 segna i 555 anni dalla fondazione di Tenuta Carretta, da quel 1467 in cui, per la prima volta, in un documento ufficiale compariva la “cassina Careta”, ubicata proprio sulle terre dove oggi sorge la cantina contemporanea.

Tra le molte iniziative di quest’anno, ci sarà anche la riedizione del libro che racconta la lunga “avventura” della Tenuta. Un libro che svela una storia ben più antica di quella datata al secolo XV, e che inserisce i possedimenti di Tenuta Carretta in una geografia ben più antica: terre fertili e industriose solcate dai Romani e, prima di loro, dai Liguri Stanzielli, i cui nomi preistorici sopravvivono ancora in alcune incrostazioni linguistiche dei toponimi tutt’oggi utilizzati.

Ma come si presenta Tenuta Carretta all’interno del paesaggio delle colline del Roero? Rispondiamo citando la bella introduzione al libro sulla Storia di Tenuta Carretta, che, a volo di uccello, ci presenta la meravigliosa posizione di una terra antica e fortunata.


Un teatro della natura

Tratto dal libro La Carretta, una nobile tenuta ai piedi del Paradiso

Tenuta Carretta

Tenuta Carretta, il teatro dei vigneti attorno alla cantina di Piobesi d’Alba

I versanti collinari della Tenuta Carretta, orientati tra ponente e mezzogiorno, così come si presentano oggi, con i loro innumerevoli filari di viti, quasi sembrano gradinate di un teatro dove l’annuale presentazione viticola, dal risveglio primaverile sino alla conclusione vendemmiale, converge verso il proscenio, rappresentato dall’antica cascina che ancora espone in bella vista lo stemma nobiliare dei Conti Roero, divenuti nel tempo signori incontrastati di queste terre fino a darne il nome.

Un’armonica disposizione che si è andata meglio definendo in anni recenti ma che già doveva delinearsi in passato se un “bello spirito” nell’800 pensò bene di dare l’impegnativo nome di “Bric Paradiso” alla parte più elevata della tenuta, in realtà un piccolo altopiano che doveva rappresentare, allora come oggi, una superficie facilmente lavorabile (quindi un vero e proprio “paradiso”), soprattutto se posta a paragone con la ripidità dei versanti collinari circostanti.

Una fila di alberi in funzione di quinta delimita questo metaforico teatro, quasi a separare due mondi agricoli a seconda dell’esposizione al sole: al di là delle piante la vite cede completamente il passo al noccioleto o al bosco.

Ma si tratta in verità di una separazione accentuatasi solo nella nostra epoca poiché, in passato, anche la tenuta della Carretta non aveva potuto sottrarsi ad un’autosufficienza che, se nella norma scaturiva dalle necessità dettate dalle esigenze alimentari e di sostentamento dei singoli nuclei familiari, nel suo caso era anche dettata dai patti di Massarizio e da antichi equilibri.

L’attuale monocoltura a vigneto specializzato della Tenuta non deve farci dimenticare, ad esempio, che una stima delle sue terre nel primo Ottocento dava per i prati un valore superiore per una buona metà a quello di vigne e alteni (l’antica forma di allevamento della vigna, per un approfondimento, vedi il nostro articolo Alteno, l’antica forma della vite).

Proprio per l’importanza dei prati in questo passato equilibrio, sin dalla sua lontana formazione, la masseria della Carretta comprendeva anche vaste distese prative ai lati del rio Cagnasco. Il rilievo così abbozzato – che ha la sua “serra” (dorsale allun­gata) tra il Podio e il Bric Paradiso – forma una specie di isola, quasi un’ellisse, bordata da tre percorsi di fondovalle che in età romana assursero al rango di «stratae». Proveniente dalle città di Asti (Hasta) o di Torino (Augusta Taurinorum), il percorso si sdoppiava al modesto valico di Montebello; un ramo si dirigeva verso sud-ovest per raggiungere Pollenzo (Pollentia), l’altro pro­seguiva verso sud in direzione di Alba (Alba Pompeia).

Se consideriamo poi che verso nord l’antico percorso superava il Montebello, a oriente non solo di quello attuale ma anche di quello, tortuoso, abbandonato quarant’anni fa, comprendiamo come questo singolare triangolo delimitato da tre strade importanti avesse attirato l’attenzione già nel passato, al punto da formare per qualche secolo (fino a tutto il 1200) un territorio a sé, con chiesa, nucleo abitato e opera d’avvistamento propri: il territorio di San Giuliano.

Un’area vivace di percorsi già in età romana, dunque. Ma altri elementi ci invitano ad andare anche più indietro, seguendo alcuni riferi­menti toponomastici come, per esempio, il piccolo, breve ruscello che termina nel torrente Riddone restando praticamente tutto nell’antico territorio di San Giuliano e che è denominato Rivo Cagnasco o Ricagnasco, e “-asco” è suffisso tipica­mente ligure, come profondamente ed esclusivamente d’influsso delle antiche tribù liguri era nella preistoria l’area circostante.

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