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Maria Agresta: «Il canto e il vino ci attraversano con la forza della bellezza»

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Maria Agresta

I festeggiamenti per i 555 anni di Tenuta Carretta hanno ricevuto un prestigioso battesimo. Officiante d’eccezione è stata Maria Agresta, uno dei soprano più acclamati a livello internazionale, che giovedì 15 settembre, accompagnata dal maestro Michele D’Elia, ha offerto alla città di Alba un emozionante recital con musiche da Mozart, Fauré, Schubert, Tosti, Pulenc e brani tratti da opere di Mascagni, Puccini, Cilea e Verdi. Location dell’evento è stata la duecentesca chiesa di San Domenico, capolavoro medioevale delle Langhe, dotata di un’acustica praticamente perfetta e un’aura di raccoglimento quasi mistico.

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In occasione del recital, abbiamo raggiunto il soprano e abbiamo indagato le radici della sua passione.


Maria Agresta, ci racconta come si è appassionata alla lirica?

Sono sempre stata una bambina piuttosto silenziosa. Il canto, però, era la mia valvola di sfogo, l’unico mezzo che avevo per un contatto con il mondo esterno. Ho cominciato a cantare all’asilo, alle recite scolastiche e sono anche entrata nel coro della parrocchia. Ma ho scoperto la mia dote in occasione del matrimonio di mia sorella. Avevo 12 anni e desideravo farle una sorpresa dedicandole l’Ave Maria. Fu durante le prove che la mia voce si trasformò in quella che viene chiamata «voce di testa», ovvero capace di sfruttare le cavità naturali del volto come cassa di risonanza. Chi mi ascoltò disse che avevo un dono.

Quando ha capito che la sua vocazione si sarebbe trasformata in professione?

L’anno successivo, durante una gita scolastica al teatro San Carlo di Napoli, fui travolta da un brivido: sentii che il mondo del canto e della lirica, in particolare, mi apparteneva e che potevo esserne parte attiva. Iniziai a studiare per perfezionare la tecnica e per poter entrare in conservatorio. Ricordo che le mie amiche non capivano i miei sacrifici e non apprezzavano il canto lirico. Eppure io ne ero affascinata, rapita. Ho tenuto duro e nonostante mi fosse chiaro che il percorso intrapreso sarebbe stato difficilissimo, non ho mai mollato, cogliendo sempre le opportunità e ascoltando segni che il destino mi ha concesso.

Lei ha interpretato i più grandi personaggi femminili dell’opera, ce n’è uno che le è stato le è stato particolarmente a cuore?

Nella mia carriera sono stata davvero fortunata e ho cantato nei ruoli più belli che potessi immaginare. Tra tutti, però, porto nel cuore quello della Norma di Vincenzo Bellini, che interpretai a Parigi. Ho ancora negli occhi il momento in cui accesi la televisione e il commentatore paragonava la mia esibizione a quella della Callas, chiamandomi affettuosamente la «nouvelle maîtresse». Sentii di aver fatto qualcosa di meraviglioso, come donna e come professionista. Ma percepii anche tutta la responsabilità che quel giudizio comportava. Il giorno dopo, quasi per scaramanzia, mi misi in pellegrinaggio verso la casa della Callas e le chiesi umilmente perdono, nessuno poteva essere paragonata a lei, la Divina!

C’è un forte sodalizio tra la lirica e il vino, che compare in moltissime opere come il Falstaff, il Don Chisciotte e la Traviata. Secondo lei, cosa condividono il canto e il brindisi?

Amore, passione, energia. Il canto e il vino condividono la bellezza e lo stupore di una “forza” che coinvolge tutte le attività sensoriali dell’essere umano. Il vino e il canto ci attraversano e, per essere apprezzati davvero, ci costringono a metterci in ascolto. E poi, tanto il canto quanto il vino sono due eccellenze italiane, due incredibili ambasciatori delle meraviglie che in nostro Paese offre al mondo intero, e che noi dobbiamo difendere con il massimo dell’orgoglio.

Eppure il canto lirico spesso viene considerato qualcosa di specialistico o stravagante, come mai?

Purtroppo, come accade con moltissime delle nostre eccellenze, in Italia manca un’educazione alla bellezza. Il canto operistico è certamente affascinante, ma è complesso: va capito, interiorizzato. Ecco perché molte volte, quando mi invitano a cantare, soprattutto nei piccoli centri, io propongo qualche ora di formazione. L’educazione all’ascolto viene prima dell’ascolto stesso e potrebbe aiutare moltissimi ragazzi a vivere l’opera con maggiore consapevolezza, scoprendone la meraviglia profonda.

A tutti gli intervistati sul blog di Tenuta Carretta, chiediamo se ha un vino preferito. Qual è la sua etichetta del cuore?

Amo cucinare e amo i vini. In particolare il Barolo Cannubi, che mi piace perché ha personalità decisa, forte ed emozionante. Molti intenditori storcerebbero il naso, ma sto facendo alcuni esperimenti gastronomici per proporre il Barolo dall’antipasto al dolce! E poi, semplicemente, adoro il Cayega Roero Arneis: è il vino con cui ho festeggiato il mio compleanno a Teatro Real di Madrid.


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